COME È CAMBIATO IL PADRE NOSTRO

Da ex assidua frequentatrice di catechismi, oratori e funzioni religiose (di religione cattolica), ho imparato quasi a memoria il formulario di preghiere, domande retoriche e risposte automatiche che fanno parte dei riti ecclesiastici. Non provengo da una famiglia di ferventƏ praticantƏ, né i miei genitori mi hanno mai imposto l’aderenza al cattolicesimo (primi sacramenti a parte), eppure da piccola far parte della parrocchia è stata la scelta più scontata, spontanea, sentita, che io potessi fare. Avevo la sensazione autentica di essere nel giusto e nel buono e per me contava molto. Come me credo che moltƏ abbiano trascorso la propria infanzia vicinƏ all’ambiente parrocchiale: il coro, i tornei di ping-pong in oratorio, le recite natalizie, i rosari mariani, le passioni viventi, i gruppi di giovani che si riunivano per parlare di fede e attualità, la messa domenicale. Non ho mai intrapreso studi antropologici, dunque non ho le basi teoriche per definire le caratteristiche socio-culturali di quantƏ sono statƏ coinvoltƏ in questo tipo di indottrinamento valoriale più che teologico. So soltanto che, sempre moltƏ se ne sono, con il tempo, crescendo, in qualche misura allontanatƏ. Chi per insofferenza verso le istituzioni, chi per aver fatto scelte di vita non affini alla morale monoteistica (adorante un unico Dio fattosi Uomo), chi per essersi interrogatƏ troppo sui dogmi, quasi tuttƏ quellƏ che in un tempo precedente frequentavano certi luoghi e certe persone e partecipavano a certi rituali, poi non lo hanno più fatto. Questo significa che qualcunƏ, su quel sistema di valori – incrollabile a fronte di ogni laico e strenuo tentativo di abbatterlo completamente – ne ha costruito uno proprio, qualcunƏ avrà rinnegato la propria infanzia da chierichettƏ, altrƏ -pochƏ- si saranno fattƏ addirittura sbattezzare. Una cosa è certa: nessunƏ ha dimenticato il Padre Nostro. Di fatti, è stato questa estate, partecipando a matrimoni di amicƏ, che ho sorpresa me stessa a sbagliare recitando la preghiera. Dal 29 novembre 2020, che è coinciso con la prima domenica d’Avvento, è obbligatorio sostituire la frase “non ci indurre in tentazione” con la più corretta “non ci abbandonare alla tentazione”. In realtà il nuovo messale era stato pubblicato dalla CEI (Conferenza Episcopale Italiana) dopo Pasqua dell’anno scorso, ma è stato concesso il tempo allƏ fedeli di familiarizzare con la nuova formula. Senza entrare nel merito di quale sia la corretta esegesi della Bibbia, traducendola dal greco, dal latino o dall’aramaico, avremmo potuto comunque sperare che la scelta della CEI prescindesse dall’etimologia di parole scelte centinaia e centinaia di anni fa da persone che vivevano in un contesto storico altro dal nostro. In ogni caso le nuove sfumature di significato sono chiare: non è il nostro Dio buono e giusto a condurci verso il rischio di errare, non è lui a creare condizioni e occasioni peccaminose, quello che può fare lui è non abbandonarci, non lasciarci liberƏ di assecondare cattivi desideri, sinistre volontà, deteriori aspirazioni. E non sarebbe poi così male fin qui, visto che il nostro libero arbitrio ne uscirebbe rinvigorito. Saremmo noi padronƏ del nostro destino in quanto fautrici/ori stessƏ delle tentazioni, oltre a cascare eventualmente in esse. Ma le spiegazioni ulteriori al cambiamento liturgico hanno sottolineato che a indurre in tentazione non è Dio, no, ma è Satana, il diavolo. DeresponsabilizzatƏ del bene possibile, ma ancora più gravemente del male fattibile. Non ci resta che idolatrare, senza meravigliarci se Kabul cade in mano ai talebani.

*Articolo scritto in versione Schwa, per una lingua italiana più inclusiva.

Enrica Colasanto

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