IL DIRITTO DI RESPIRARE. NEL NOME DI GEORGE FLOYD

Il 25 maggio 2020, nella città di Minneapolis, USA, viene ufficializzato dal “Hennepin County Medical Center”, il decesso di George Floyd, condotto nel medesimo presidio sanitario dopo aver perso conoscenza a seguito di un arresto posto in essere a suo carico da quattro agenti di polizia. George Floyd, 46 anni, afroamericano di Houston, viveva in un sobborgo di Minneapolis da 5 anni e lavorava come buttafuori in un ristorante chiuso da marzo a causa del lockdown. Lunedì sera è stato arrestato. Stando al rapporto diffuso dal dipartimento di polizia di Minneapolis, quattro agenti avevano risposto a una chiamata su un uomo sospettato di falsificazione di documenti. Quando sono arrivati, Floyd era nella sua auto e sembrava star male. Sceso dall’auto, è stato ammanettato ed è stata chiamata un’ambulanza. Poco dopo Floyd è morto.

Fin qui sembrerebbe tutto comprensibile ma, in realtà, questa vicenda ha destato scalpore generando una vera e propria guerriglia nella città di Minneapolis, tra afroamericani e forze dell’ordine, propagatasi in molte altre città degli Stati Uniti creando un clima da guerra civile. Questo perché un uomo, che ha assistito in diretta all’arresto, ha divulgato un video in cui il poliziotto Derek Michael Chauvin (44 anni), nei confronti del quale è stato disposto l’arresto per omicidio colposo, esercitava, con veemenza, pressione col proprio ginocchio sul collo di Floyd mentre quest’ultimo, con aria di supplica pronunciava la frase, poi divenuta icona di protesta di coloro i quali chiedono giustizia per l’omicidio, “Please, I can’t breathe” (Per favore, non riesco a respirare). Floyd morirà poco dopo, molto probabilmente per asfissia (anche se quest’ultima ipotesi sembra essere stata scongiurata dall’esame autoptico condotto dal medico legale dopo due giorni dall’accaduto). L’episodio, però, ha fomentato la rabbia da tempo incamerata dalla comunità afro del luogo sovente vittima di vessazioni e abusi di potere da parte delle forze dell’ordine, come se da quelle parti regnasse una forma di apartheid 2.0. Difatti, come sostenuto dall’attivista Marc Lamont Hill, “…le forze dell’ordine statunitensi, tradizionalmente conosciute come un apparato con tendenze estremamente repressive, specialmente per una nazione democratica, hanno una storia macchiata da innumerevoli casi di violenza fisica e psicologica, corruzione, abusi di potere, perpetrati nei confronti dei cittadini americani. Buona parte di questa violenza si sfoga contro le comunità afroamericane e ispaniche del Paese, in linea con i trend culturali di una società che è ancora profondamente divisa dalla questione razziale e in cui le minoranze sono oggetto di dure discriminazioni”. Viene dato luogo, così, al fenomeno noto come Police Brutality (lett. Polizia Brutale), insito nella tendenza delle forze dell’ordine a utilizzare la forza fisica, o la violenza, in maniera sproporzionata, anche per reprimere condotte per le quali l’uso della forza medesima non sarebbe necessario.

C’è, però, nel caso di specie, da sottolineare che la Carta Costituzionale degli Stati Uniti amplia il raggio di azione delle forze dell’ordine con riferimento al ricorso alla violenza al fine di ostracizzare condotte illecite da parte di soggetti ritenuti anche solo potenzialmente pericolosi. Il fenomeno dell’abuso, però, sembra ormai dilagare in talune circoscrizioni al punto da diventare regola di default proprio come accaduto a Minneapolis. Si è arrivati all’affermazione di una police brutality discriminatoria che ha conseguentemente cagionato una frattura insanabile tra “bianchi” e “neri”, poiché questi ultimi hanno iniziato a ribellarsi alle continue vessazioni propinate da troppi agenti di polizia. L’immagine di Chauven che schiaccia, con tutto il peso della sua prepotenza, col ginocchio il collo del quasi esanime Floyd, ha riportato a galla tutto il livore che serpeggiava nella comunità. Quel che più di ogni altra cosa inorridisce circa l’uccisione di George Floyd è il macabro atteggiamento di superiorità sociale diretto all’umiliazione di un essere umano. Violenza gratuita, subdola xenofobia sprezzante del senso di difficoltà rappresentato dalla supplica “Per favore, non riesco a respirare” (da parte di un soggetto che neppure aveva mostrato segni di resistenza a pubblico ufficiale e, per di più, arrestato per un reato veniale). Un ceffone in pieno viso alla sacrosanta democrazia e al principio di uguaglianza.

Mattia Tarallo

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